Il grande itinerario quaresimale, intrapreso con la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri, conduce la Chiesa tutta a una conoscenza matura del mistero di Cristo e la spinge nella testimonianza con una degna condotta di vita (dall’orazione colletta odierna). In effetti, esso è “segno sacramentale della nostra conversione”, ovvero cammino che, scelto con seria e umile accoglienza, trasforma e cambia l’esistenza grazie all’azione silente e tenace dello Spirito. Ed è singolare che in questa prima domenica la liturgia sempre ci fa sostare dinanzi alla pagina evangelica delle tentazioni di Gesù nel deserto. La pericope, tratta dal vangelo secondo Marco, è essenziale, scarna, ridotta a ciò che conta: pochi versetti – appena tre – in cui domina sovrana l’azione più che le parole o i discorsi e, solo alla fine, lascia spazio appena all’eco della voce di Gesù che si muove per le strade di Galilea, nell’annuncio salvifico del Regno. Il dinamismo di queste righe si gioca tutto nel rapporto profondo di Gesù con lo Spirito. Questi lo spinge nel deserto, lo sostiene nel tempo dei “quaranta giorni”, è la sua spalla nel frangente delle invettive del Satana. L’evangelista non riporta il contenuto delle tentazioni; ci basta riconoscere nella fede che lui, il Figlio di Dio incarnato, dopo l’immersione nelle acque del Giordano, sperimenta la fatica che viene dalle subdole insinuazioni del Menzognero. Per noi, impauriti e talvolta feriti dalle medesime tentazioni, è la buona notizia della prossimità di Cristo. Anche noi, figli del Padre in lui, possiamo godere della custodia dello Spirito, del suo vento caldo che abbraccia e rende stabile il passo. Come Gesù e in lui, pur stando “con le bestie selvatiche”, possiamo godere della compagnia degli “angeli”, della presenza del Veritiero che rompe e vince ogni falsa illusione dello spirito impuro. Allora la conversione a cui siamo esortati, in fondo, non è semplicemente “non commettere peccati”, ma aderire alla radicale novità del Regno di Dio che ci mette in movimento, ci orienta verso una vita nuova, piena, vera. Si tratta di lasciar posto a Dio e alla sua alleanza nella nostra vita. La stupenda immagine dell’arcobaleno, evocata dalla prima lettura tratta dal libro della Genesi, viene offerta da Dio stesso a Noè, dopo il diluvio: l’arco posto sulle nubi sarà il ricordo perenne del Dio fedele che si compromette con l’uomo e per l’uomo, arenando distruzione e morte, perché egli viva e viva per sempre. Così, ogni sentiero che apre il Signore, foss’anche nel mezzo di un deserto o nell’arida regione di una solitudine taciuta o tra le asfissianti strettoie della malattia, è baciato dall’amore, è contrassegnato dalla sua promessa incrollabile (cf. salmo responsoriale). La Quaresima così non si presenta come un tempo di mestizia fine a se stessa o di tristi cantilene da trascinare nelle liturgie, ma è l’ora della grazia in cui esercitare voce e cuore perché meglio risuoni il giubilo della Pasqua del Signore sulle labbra e nella quotidianità. Anche per questo la memoria ricorrente del nostro battesimo può schiuderci lo scrigno di bellezza celato dai “quaranta giorni santi”: in quell’acqua abbiamo partecipato della morte e risurrezione di Gesù per appartenergli per sempre; e se, talora, qualche caduta rallenta il nostro incedere, non cediamo alla disperazione, ma lasciamo che il Padre ancora una volta, per mezzo del suo Figlio e nostro fratello Gesù, nella potenza dello Spirito, ci raggiunga e faccia sorgere il suo arcobaleno dopo il diluvio, i suoi colori di vita nuova tra i grigi stanchi della nostra vita.
Roberto Carbotti, IV anno
Il grande itinerario quaresimale, intrapreso con la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri, conduce la Chiesa tutta a una conoscenza matura del mistero di Cristo e la spinge nella testimonianza con una degna condotta di vita (dall’orazione colletta odierna). In effetti, esso è “segno sacramentale della nostra conversione”, ovvero cammino che, scelto con seria e umile accoglienza, trasforma e cambia l’esistenza grazie all’azione silente e tenace dello Spirito. Ed è singolare che in questa prima domenica la liturgia sempre ci fa sostare dinanzi alla pagina evangelica delle tentazioni di Gesù nel deserto. La pericope, tratta dal vangelo secondo Marco, è essenziale, scarna, ridotta a ciò che conta: pochi versetti – appena tre – in cui domina sovrana l’azione più che le parole o i discorsi e, solo alla fine, lascia spazio appena all’eco della voce di Gesù che si muove per le strade di Galilea, nell’annuncio salvifico del Regno. Il dinamismo di queste righe si gioca tutto nel rapporto profondo di Gesù con lo Spirito. Questi lo spinge nel deserto, lo sostiene nel tempo dei “quaranta giorni”, è la sua spalla nel frangente delle invettive del Satana. L’evangelista non riporta il contenuto delle tentazioni; ci basta riconoscere nella fede che lui, il Figlio di Dio incarnato, dopo l’immersione nelle acque del Giordano, sperimenta la fatica che viene dalle subdole insinuazioni del Menzognero. Per noi, impauriti e talvolta feriti dalle medesime tentazioni, è la buona notizia della prossimità di Cristo. Anche noi, figli del Padre in lui, possiamo godere della custodia dello Spirito, del suo vento caldo che abbraccia e rende stabile il passo. Come Gesù e in lui, pur stando “con le bestie selvatiche”, possiamo godere della compagnia degli “angeli”, della presenza del Veritiero che rompe e vince ogni falsa illusione dello spirito impuro. Allora la conversione a cui siamo esortati, in fondo, non è semplicemente “non commettere peccati”, ma aderire alla radicale novità del Regno di Dio che ci mette in movimento, ci orienta verso una vita nuova, piena, vera. Si tratta di lasciar posto a Dio e alla sua alleanza nella nostra vita. La stupenda immagine dell’arcobaleno, evocata dalla prima lettura tratta dal libro della Genesi, viene offerta da Dio stesso a Noè, dopo il diluvio: l’arco posto sulle nubi sarà il ricordo perenne del Dio fedele che si compromette con l’uomo e per l’uomo, arenando distruzione e morte, perché egli viva e viva per sempre. Così, ogni sentiero che apre il Signore, foss’anche nel mezzo di un deserto o nell’arida regione di una solitudine taciuta o tra le asfissianti strettoie della malattia, è baciato dall’amore, è contrassegnato dalla sua promessa incrollabile (cf. salmo responsoriale). La Quaresima così non si presenta come un tempo di mestizia fine a se stessa o di tristi cantilene da trascinare nelle liturgie, ma è l’ora della grazia in cui esercitare voce e cuore perché meglio risuoni il giubilo della Pasqua del Signore sulle labbra e nella quotidianità. Anche per questo la memoria ricorrente del nostro battesimo può schiuderci lo scrigno di bellezza celato dai “quaranta giorni santi”: in quell’acqua abbiamo partecipato della morte e risurrezione di Gesù per appartenergli per sempre; e se, talora, qualche caduta rallenta il nostro incedere, non cediamo alla disperazione, ma lasciamo che il Padre ancora una volta, per mezzo del suo Figlio e nostro fratello Gesù, nella potenza dello Spirito, ci raggiunga e faccia sorgere il suo arcobaleno dopo il diluvio, i suoi colori di vita nuova tra i grigi stanchi della nostra vita.
Roberto Carbotti, IV anno
Post correlati
Settimana della cultura – Comunicato stampa
Leggi più...
Nella fine l’inizio
Leggi più...
Commento al Vangelo della IV domenica di Quaresima
Leggi più...